lunedì, 04 settembre 2006
LO SCRITTORE TORINESE PARLA PER LA PRIMA VOLTA DEL SUO NUOVO ROMANZO «DONNE INFORMATE SUI FATTI», IN USCITA FRA UN MESE

  Fruttero:
«Ho messo un cadavere nella prima riga»

25/8/2006

di Pierangelo Sapegno



Carlo Fruttero

CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. «Un narratore dev'essere bulimico, e se non hai questa fame non succede niente, è tutta sabbia che ti passa fra le mani. Quando morì Lucentini, io rimasi anoressico. Non riuscivo più a venirne fuori. Poi, improvvisamente, un giorno...». Carlo Fruttero, 80 anni a settembre, uno dei più grandi scrittori viventi, autore con Franco Lucentini de La Donna della domenica e di molti altri romanzi di successo, è tornato a scrivere. Fra un mese sarà in libreria Donne informate sui fatti, edito da Mondadori. Una storia vecchia di 30 anni fa, finita in un cassetto della memoria, o della vita, e abbandonata forse per sempre. «Poi improvvisamente un giorno», come racconta lui in questa confessione, è tornata la fame, la passione, quella voglia di scoprire la vita, di inseguirla, di capirla. E di raccontarla. Quel giorno ha sentito una voce. La voce di una bidella che gli parlava.

Ma prima cos'era successo, esattamente?
«È difficile spiegarlo, e nello stesso tempo semplicissimo. La fame del narratore è un’avidità per qualsiasi cosa: un'insegna, un rumore di tram, una traccia, una scarpa. Non è volontaria. Non è per niente così, non c'è nessuna intenzione nell'accumulazione. Però, dev'esserci. Una specie di fame incessante, infinita, per cui tutto ti arriva, i titoli dei giornali, le grandi vicende internazionali, ma anche le cose più banali. Come mai la pizzeria sotto casa è fallita: anche quello ti deve colpire. Tutto questo io devo averlo sempre avuto, senza saperlo. Con la morte di Lucentini, era sparito di colpo. Nulla mi faceva effetto. Le cose mi passavano sopra, e io non le vedevo, non le coglievo».

Che cos'era? Il dolore per la morte di un amico? O qualcosa di più, come se fosse rimasto vedovo?
«Non lo so. Io su tutto questo non ci ho mai minimamente riflettuto. L'autoanalisi sono incapace di farla, per indole. Non lo so».

Però, ne era consapevole...
«A un certo punto mi sono accorto che c'era una bella insegna in via Duchessa Iolanda, e io non la vedevo, un'insegna che un tempo mi avrebbe colpito e adesso invece niente. Credo sia stata una comunissima forma di depressione, di distacco della vita, cose banali che succedono a tutti. Io non ho mai avuto un analista. Certe cose uno se le deve risolvere da solo. E quindi ho tirato avanti. Mi hanno aiutato i miei nipoti, Matteo, Tommaso e Nathan. Ho passato il bivio grazie a loro. Mi sono rianimato, perché i bambini sono rianimatori straordinari».

E in quel momento cos'è successo? Tornando alla vita è tornato alla scrittura: è così?
«M'è tornato alla mente un vecchio intreccio che molto m'era piaciuto 30 anni fa. Ne avevamo discusso tanto con Lucentini, e poi avevamo deciso che era infattibile».

E perché? Era troppo complicato?
«No, era difficilissimo da mettere su, in una grande città, soprattutto Torino. Sembrava più una storia da paese. Dicevamo: non può venire, non viene bene. Allora volevamo fare un romanzo incentrato su quella casetta storta a Bomarzo, sotto Capalbio, dove c'è questa foresta con enormi mostri di pietra, tartarughe, orsi, tutta una follia umanistica, scritte latine, angoli di meditazione, e poi questa casetta interamente sfalsata, pianoterra in discesa e pareti sghembe, le finestre pure, che ti dà un senso di smarrimento totale. Volevamo incollare a questa casa una signora che avevamo conosciuto a Zurigo, che faceva la cacciatrice di teste e cercava dirigenti infelici. Il suo era tutto un lavoro di spionaggio, aveva appuntamenti segreti e alla fine trovava delle proposte per fare cambiare azienda a quei manager. Ci lavorammo parecchio, prendemmo appunti. Non ci riuscimmo. Anche per queste Donne informate sui fatti non trovammo un sistema. Sembrava molto artificiale, tirato per i capelli. E lasciammo perdere tutto».

Anche la storia della casetta di Bomarzo?
«Pensavamo di fare quello. Solo che era troppo artificioso, senza nessuna necessità interna. Bisogna essere capaci di fare le cose artificiose, e noi non lo eravamo».

Poi Lucentini morì.
«E io non avevo più le condizioni. Senza l'aiuto di questi bambini, sarei affondato. Grazie a loro, a questi bambini, ho ricominciato a vedere, sentire, raccogliere. M'è tornata la fame, sempre a mia insaputa. In maniera del tutto involontaria. E così improvvisamente un giorno ho ricominciato a pensare a quel vecchio intreccio di 30 anni prima, che m'era tanto piaciuto. Nello stesso tempo ho riletto per la settima volta I promessi sposi. Ho notato che nella vicenda della povera Gertrude, ma anche in tutto il romanzo, torna continuamente il tema dell'orgoglio. Dal canto mio, io avevo in mente una delle massime manifestazioni d'orgoglio, la scritta su una divisa di una grande famiglia nobile: non posso essere re, e quindi non sono degno di essere principe. Cioè, lo disdegno. Alla fine, questi elementi sull'orgoglio li ho incastrati in una vicenda poliziesca».

Quale vicenda?
«Mah, detestando queste macchinazioni che fanno adesso, di aggiungere trovata su trovata, stranezza su stranezza, ho fatto la cosa più semplice. Ho messo un cadavere nella prima riga».

E chi racconta questa storia?
«Ci ho girato attorno per mesi e mesi. Io non ne potevo più dei commissari, dei carabinieri, della guardia di finanza: s'è accumulata una tale quantità di cliché sul genere che non se ne può più. Una mattina, chissà perché, ho sentito la voce della persona che trovava il cadavere: ed era una bidella».

L'ha sentita dal vero?
«No. Come Giovanna d'Arco. Una bidella che mi parlava, e la vedevo pure, un po' grassa, il marito pensionato. M'è venuta bene, come inizio non mi dispiace».

E dopo? C'è la città, Torino, il cadavere di una donna, una bidella: com'è andato avanti?
«Con una barista, una ragazzetta che conosce la bidella. Una ragazza carina, molto giovane. A questo punto ci sarebbe voluto il commissario, o il capitano dei carabinieri, e mi sono bloccato. Ho inventato una terza voce, sempre femminile, ancora diversa. E se abolissi completamente gli uomini? Se facessi parlare solo le donne? E ognuna racconta quello che sa, il suo pezzetto che ha visto. Alla fine, sono riuscito a fare a meno di voci maschili. Un mio amico inglese mi ha detto che era come La pietra di Luna, di Wilkie Collins, che è il capostipite di tutti i romanzi polizieschi. Così, piano piano, ho messo insieme queste otto testimonianze femminili, che raccontano, commentano, discutono, a volte da sole, a volte tra loro».

Ma com'è stata, questa volta, senza Lucentini, e dopo la sua morte?
«Mi scoraggiavo ogni tanto. Mia figlia Maria Carla mi costringeva a continuare. Io scrivevo su un quadernetto. Lei me l'ha messo tutto in bella copia, col computer. Tutt'e due le mie figlie, lei e Federica, hanno collaborato. Hanno preso in un certo senso il posto di Lucentini. Io con loro discutevo, come facevo con Franco, gli sviluppi di questa storia, e loro mi davano un parere. E via via sino alla fine. Per questo è dedicato a loro, indispensabili figlie. I bambini mi hanno tolto dal mio abbattimento. Loro mi hanno accompagnato».

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lunedì, 17 ottobre 2005

 Torino adesso? "Una città in cui il Po è pieno di piscio, e il piscio è pieno di cocaina"

LAPO ELKANN, LA FIAT E …L’INDOTTO

da “la Repubblica” pubblichiamo l’intervista concessa da Carlo Fruttero a Maurizio Corsetti

"Che tristezza quel ragazzo così la droga uccide Torino"
"Chiunque viva una cosa simile mi fa una pena enorme
Mi interessa soltanto la sua fragilità"
di MAURIZIO CROSETTI


TORINO - Nessuno come Carlo Fruttero, insieme allo scomparso Franco Lucentini, ha saputo raccontare questa strana città (La donna della domenica), le sue manie, i suoi orrori perbene, la sua classe dirigente viziata, persino il male dal quale la Fiat non era immune (A che punto è la notte). Torino è cambiatissima, ma forse no.

Fruttero, che romanzo è la storia di Lapo Elkann?
"Una trama di una tristezza infinita. Non certo un romanzo erotico, qui i gusti sessuali diventano curiosità minori. È invece un racconto banale, il festino, la droga, il ragazzo ricco che si brucia e incenerisce quel bell'avvenire già tracciato".

Lapo è l'erede Agnelli, il nipote prediletto dell'Avvocato.
"Chiunque vada incontro a una cosa del genere mi fa una pena enorme. Chissà per quale motivo personale ha avuto questa caduta. Però il fatto piccante non riesco proprio a vederlo: va bene, ci sono dei travestiti ma c'è soprattutto la faccetta di un ragazzo, di un poveretto".

Che faccia è?
"Uguale a quella di tanti giovani che vedo davanti ai licei, la faccia di un nipote, e quando si diventa nonni si è più sensibili a certe tenerezze, si vorrebbe proteggere. La faccia di una grande, disarmante fragilità. Questa è l'unica parola che mi interessa: fragilità. Insieme al dolore di quei genitori".

Una famiglia importante, lo tireranno fuori, non crede?
"Da nonno immagino solo gli anni e anni che passeranno tra una clinica e l'altra, per disintossicarlo, una vita rovinata da una sciocchezza".

C'è pure la Fiat, che si stava riprendendo.  "Qual era già il ruolo del ragazzo? Responsabile del marchio, del brand... Proprio un bel brand! Lui con la Fiat ha chiuso, sarà esiliato, dovrà scomparire, aprirà un ristorante in Messico".

Lapo si occupava d'immagine: e la sua, adesso?
"Incenerita, è proprio un paradosso, uno scherzo della vita".

La famiglia Agnelli non è tanto fortunata.

"Ai reali inglesi e ai Kennedy è andata peggio".

Lei e Lucentini avete scritto un romanzo in cui si parla di presenze malvagie dentro la Fiat. Profezia?
"No, solo fantasia. A parte che il male è ovunque, come sa benissimo ogni scrittore".

E la vostra Torino cos'è diventata da Anna Carla Dosio, la donna della domenica, a Lapo?
"Una città in cui il Po è pieno di piscio, e il piscio è pieno di cocaina".

Ha seguito i dibattiti televisivi? Ha visto Bruno Vespa? Sa che aveva invitato Alain Elkann in trasmissione?
"Ho letto che il padre di Lapo si vergogna di essere italiano: ha ragione".

Anche Torino un po' si vergogna: falsa e cortese?
"Poteva succedere ovunque, anzi succede ovunque, solo che qui c'è ancora un po' di Fiat e quel ragazzo aveva un ruolo importante in azienda. Capisco le ragioni del gossip, i pruriti, i pettegolezzi senza fine che seguiranno, però questa è soprattutto una triste storia italiana. Mi spiace per Ciampi, ma siamo a livelli disastrosi".

Varrebbe ancora la pena raccontarla nei libri?
"A parte che Lucentini non c'è più, io mi sento desolato, cerco di stare per conto mio, se potessi farei anche a meno di conoscere certe trame vere. Il povero Lapo, la cocaina che si vende in tutti gli angoli del centro barocco, la sera, anche davanti alle chiese. Ma qui si drogano tutti? Il chirurgo estetico, il manager, il figlio di papà in discoteca. Magari questa cosa è il progresso".

Non le sembra una visione un po' apocalittica?

"Macché. Ogni tanto vorrei visitare la più vicina moschea, non per convertirmi come Fassino ma perché da quelle parti sono più rigorosi, più velati, se sbagli ti tagliano la gola e stop. Un po' di severità non guasterebbe".

Quale consiglio a Lapo, da nonno?
"Un bel viaggio all'estero. Lungo".

(12 ottobre 2005)

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domenica, 02 ottobre 2005

da "Enigma in luogo di mare" cap 2.5

Qualche decina di chilometri più a nord e diretta anche lei verso la Gualdana, ma in macchina, c'è una donna di stampo ben diverso da Sandra o dalla bella Natalia Neri. Bella anche lei, se si vuole, ma in tutt'altra maniera. E più giovane, con la maggior parte degli errori ancora davanti a sé. Più avida, più spavalda. Forse stupida, come lei stessa, per brevi lampi, sospetta.

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sabato, 01 ottobre 2005

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da: La donna della domenica, cap 2.2  

 

Al commissariato del quartiere, gli altri uffici funzionavano come al solito.

- Va bene, lasci a me-disse l'agente di servizio ai certificati, esaminando la domanda in carta da bollo. Prese la matita, e prima di accantonare il foglio cancellò una parola al principio.

-Perchè?-chiese insospettita la grassona. -Cos'ha levato?

-Niente, stia tranquilla,-disse l'agente.

Poi, sotto lo sguardo minaccioso e per niente convinto del donnone, riprese rassegnato il foglio e glielo porse. -Vede? E' lo stesso.

-"Ivi residente" andava benissimo, -disse provocatoria la donna. -Perchè ha levato "ivi"?

Di fronte alla contestazione, a qualsiasi contestazione, l'agente Ruffo aveva imparato a subire. -Vede,-cominciò a spiegare con pazienza, -lei ha scritto: "La sottoscritta Bertolone Teresa...".

-Lo credo, -disse il donnone in tono di sfida. -Sono Bertolone Teresa.

-No,-disse l'agente, -dicevo..."Bertolone Teresa, nata a Villanova d'Asti il 31/11/1928, e..."

-E con questo?

-Ma mi lasci parlare!-si spazientì l'agente, che alla fine era un uomo anche lui. -Nata a Villanova d'Asti il giorno tale anno tale, e ivi residente a Torino in via Bogino 48"! L'"ivi" non ci va!...-gridò.-E' uno sbaglio!...Lo vuole capire?

La Bertolone lo guardò a bocca aperta. Poi si voltò alla coppia seduta nell'angolo, come per prenderla a testimone dell'enormità del sopruso. Infine rimise il foglio davanti all'agente Ruffo, puntando l'indice sulla cancellatura. -A Villanova abbiamo sempre messo così, e ai carabinieri gli è sempre andato bene. Perchè a voi no?

L'agente Ruffo si sentì correre un brivido nella schiena. Aveva trasceso un istante contro un cittadino, ed eccolo già intrappolato nel micidiale paragone tra gli abusi della polizia e la classica correttezza, l'ineccepibile comportamento dei carabinieri. Frugò tra le carte e i timbri, trovò la gomma, e cancellò con lenta deliberazione la precedente cancellatura.

Ecco fatto. -Come vuole lei signora, -disse freddo.- E arrivederla -aggiunse educato, mentre l'altra se ne andava senza salutare.

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sabato, 01 ottobre 2005

Per chi vuole saperne di più sui luoghi che hanno ispirato "Enigma in luogo di mare":

www.url.it/pagine/viaggi/viaggi/lettera/maremma.htm

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domenica, 14 agosto 2005

 

dal sito: www.stpauls.it

FRUTTERO E LUCENTINI

Due menti brillanti al servizio del mistero

 

di Giuseppe Lippi 

Se c’è una differenza che balza all’occhio fra il duo Fruttero & Lucentini e qualunque altro scrittore del secondo Novecento, in Italia, è che "la ditta F&L" (come i due autori l’hanno affettuosamente battezzata) ha raggiunto i vertici del virtuosismo senza mai dimenticare il pubblico. Anzi, divertendo e deliziando il pubblico che compra libri e legge i giornali. Altri autori importanti si caratterizzano per la stessa disponibilità: per restare nella loro generazione, Umberto Eco o Piero Chiara, capaci di un’identica miscela di avventura, umorismo e passione. Ma in Fruttero & Lucentini il raggio d’azione è più ampio, si direbbe più compromettente: eruditi, traduttori e giornalisti come Eco, F&L sono in più consulenti editoriali, direttori di collane, opinionisti, poeti e antologisti nel campo della letteratura americana, attenti alla narrativa d’immaginazione come i generi del giallo e della science fiction, ma anche alle novità d’avanguardia, un’attività che ha permesso loro di introdurre in Italia una serie di autori e tendenze ormai diventati classici. Qualche nome? Samuel Beckett e Jorge Luis Borges sono stati patrocinati, nel nostro Paese, da Carlo Fruttero e Franco Lucentini, loro ammirati traduttori; e così gli arcani, ma non per questo meno fondamentali, H.P. Lovecraft e J.G. Ballard. Quanto alla produzione propria, hanno creato un nuovo genere di affresco italiano: il romanzo-commedia-a-chiave. Un roman à clef che, sorridendo, scardina le aspettative preconcette della nostra letteratura, almeno quali erano all’inizio degli anni Settanta. Rinnovando i generi letterari, Carlo Fruttero e Franco Lucentini hanno inciso profondamente sul gusto dei lettori italiani, sul loro modo – tradizionalmente ossequioso, quando non impantanato – di accostarsi al romanzo. Utilizzando il metodo, culturalmente fecondo, dell’approccio trasversale, hanno profuso nelle loro pagine gusto e immaginazione, forza narrativa e critica, riflessione e scherzo: senza mai mettere in pericolo la stabilità dell’insieme. Il lettore formatosi alla scuola di Fruttero & Lucentini è perciò un lettore fortunato, sensibile all’accostamento curioso, amante del bizzarro e della sua collocazione meditata all’interno del mosaico postmoderno. Promettiamo di non abusare di questo termine critico pigliatutto, ma se una delle insegne del postmoderno è il recupero di materiali eterogenei abbandonati, ormai quasi in disuso, nelle secche della realtà romanzesca, libri come La donna della domenica e A che punto è la notte diventano chiavi di volta per interpretare la sensibilità culturale di fine secolo.

Quando l’intellettuale si trasforma in romanziere, quando il critico scrive bestseller i risultati possono essere appassionanti, istruttivi e divertenti, eppure fermarsi lì, all’emporio delle idee. Ma è possibile una strategia più sottile: diversamente da Umberto Eco, Fruttero & Lucentini hanno scavato non soltanto nella loro sapienza o nel loro know-how, ma nella realtà in rapido cambiamento che avevano intorno, nel linguaggio dell’Italia modificata e della Torino alterata, in ciò comportandosi come due registi, due Fellini del romanzo. La loro opera prima e poi la seconda (La donna della domenica, 1972 e A che punto è la notte, 1979) sono monumentali perché lavorano su una molteplice serie di piani: la lingua, l’ambiente, i personaggi, il ritmo, la "realtà", l’intreccio, le idee. Se leggere La donna della domenica vuol dire, ancora oggi, imbarcarsi in uno dei rari tour de force letterari cui valga la pena sottoporsi (divertendosi da morire), accostarsi ad A che punto è la notte significa affrontare una cattedrale gotica, la cattedrale romanzesca F&L. Libro visionario, apocalittico, scritto negli anni di piombo e scuro come era ragionevole che fosse scuro un manifesto di quell’epoca, non smette – a una rilettura attuale, in un contesto completamente diverso – di riservare sorprese e dispensare suggerimenti su come meglio perdersi nel labirinto del fantastico. Da tutti e due i romanzi esce un ritratto di Torino e dell’Italia che in parte è fedele ricostruzione, in parte è immaginazione pura, cosa che agli occhi del lettore le rende più vive e credibili. La Torino all’inizio degli anni Settanta che fa da sfondo alla Donna della domenica (ma la genesi del romanzo è anteriore di alcuni anni) è una Città eterna perché deriva dal classico osservatorio realistico del romanzo e, contemporaneamente, da un gusto per il linguaggio dagli esiti imprevedibili. La stessa città, in A che punto è la notte, appare volutamente trasfigurata, sull’orlo dell’Altrove assoluto, stretta fra la lugubre chiesa dei delitti e i segreti informatici d’una potente multinazionale. Insomma, realismo da una parte e deframmentazione dall’altra, attraverso una messa in scena che finisce per scardinare ogni certezza precedentemente offerta.

Galeotta fu Torino

Ma poiché queste rischiano di sembrare le conclusioni di un articolo, anziché le premesse, sarà meglio tornare alle origini e raccontare le vicende di Carlo Fruttero e Franco Lucentini alla luce dei rispettivi (poi confluiti) percorsi. «Il più anziano è Lucentini, nato a Roma il 24.12.20 ed ivi, dopo un intervallo carcerario per attività antifascista svolta all’Università, addottorato in filosofia nel 1943», si raccontano in terza persona. «In quello stesso 1943 d’altra parte gli studi liceali di Fruttero, nato a Torino il 19.9.26, furono bensì interrotti dalle incursioni aeree angloamericane, ma prontamente sostituiti da un’assidua frequentazione dei classici angloamericani nonché francesi nella storica, multilingue biblioteca del castello di Passerano (Asti) dove il profugo aveva trovato accoglienza e riparo. Dopo la guerra i futuri F&L vissero all’estero: il primo soprattutto in Inghilterra e poi a Parigi; il secondo a Praga e a Vienna (producendovi un racconto poliglotta, I compagni sconosciuti, che inaugurò presso Einaudi la collana vittoriniana dei "Gettoni") e infine anche lui a Parigi, dove nel ’52 i due si conobbero grazie ad amici comuni». Il sodalizio vero e proprio nacque nel 1957, a Torino, «quando ci trovammo a lavorare insieme da Einaudi in qualità di redattori oltre che traduttori dalle lingue più diverse, ma anche curatori – al principio degli anni ’60 – di antologie piuttosto eterodosse a quei tempi nell’editoria di cultura: una di fantascienza e una di storie di fantasmi. Questa inclinazione per la letteratura cosiddetta di intrattenimento, o di consumo, ci portò di lì a poco a trasferirci da Mondadori per dirigervi la fantascientifica "Urania" e altre collane di larga diffusione».

Il meraviglioso in raccolte

Per scendere nei particolari, le antologie di fantascienza einaudiane furono due: Le meraviglie del possibile (1959, firmata da Sergio Solmi insieme al solo Fruttero) e Il secondo libro della fantascienza (1961) a cura di Fruttero e Lucentini. Nei due tomi, oltre tutto, è rintracciabile quasi per intero la produzione di racconti fantascientifici dovuti a F&L, nascosta sotto pseudonimi come Charles F. Obstbaum (Fruttero) e Sidney Ward (Lucentini). Storie di fantasmi, del 1960, raccoglieva un florilegio dei più bei racconti anglosassoni del terrore, con l’unica eccezione di un testo (Dalle due alle tre e mezzo) firmato con lo pseudonimo P. Kettridge, in seguito attribuito con sicurezza a Franco Lucentini. Si trattava di libri straordinari e curiosi: in seguito, tutto ciò che è contenuto nelle Meraviglie del possibile – libro mai uscito di catalogo in quasi mezzo secolo – è entrato a far parte del canone avveniristico in Italia, finché se ne sono impadroniti sussidiari, abbecedari e antologie scolastiche. Quanto ai fantasmi, contribuirono a sensibilizzare l’intellettuale italiano verso ciò che di alieno vi è dietro l’angolo della strada, permettendogli di mettersi al passo con le culture a noi vicine ma, per così dire, più avanzate: in particolare, con il volto eterodosso della letteratura anglo-americana.

Erano tempi di scambi fecondi; dai tre volumi in questione sono usciti almeno due film, entrambi diretti da Elio Petri: La decima vittima, tratto da un racconto di Robert Sheckley contenuto nelle Meraviglie del possibile, eUn tranquillo posto di campagna, tratto dalla Bella adescatrice di Oliver Onions tradotto in Storie di fantasmi. E meriterebbe un film il racconto di Franco Lucentini Dalle due alle tre e mezzo, una perfetta ghost story firmata con pseudonimo anglosassone per una scelta stilistica molto più che per convenienza editoriale. La forza del racconto è nell’atmosfera che s’instaura in uno squallido, grigio appartamento di città dove anche la luce che filtra dalle finestre è grigia, e dove una donna sola inganna metafisicamente il tempo facendo le parole crociate. L’arrivo dello spettro non è silenzioso e non è banale, e il parapiglia che ne segue, lo sconquasso, l’omicidio, ribalta le premesse astratto-atmosferiche delle prime pagine. Arriva la polizia, trova il cadavere, trova le macchie incomprensibili nel ripostiglio, e con un ultimo tuffo il racconto torna al metafisico, perché il settimanale enigmistico contiene una frase che resta l’epitome di tutta la vicenda: "I fantasmi non uccidono". E chi l’ha detto?

Uno scherzo, si dirà. Ma non è stata uno scherzo la gestione, durata quasi venticinque anni, della collana mondadoriana "Urania", che Franco Lucentini ha curato insieme a Carlo Fruttero dai primi anni Sessanta fino al 1985. Per "Urania" Lucentini ha scritto pagine memorabili: come la celebre "Lezione di traduzione" uscita a puntate nella rubrica "Il marziano in cattedra" e molte brillanti "quarte" di copertina, lavoro nel quale si alternava volentieri con Fruttero. Nelle quali "quarte" (l’accenno al contenuto del romanzo fornito in ultima pagina per l’informazione del lettore) lo scherzo elegante, l’ammiccamento e la riflessione sulla science fiction sostituivano spesso il mero riassunto della trama. Una parte di questi materiali redazionali – un genere letterario a parte – è confluita nel volume einaudiano I ferri del mestiere, che rimane non solo il legato di un’epoca, ma di un personale gusto letterario.

Una domenica particolare

Nel momento in cui si costituisce ufficialmente la coppia, F&L hanno alle spalle un cammino in comune e un cammino autonomo, che nel caso di Lucentini ha prodotto il racconto lungo I compagni sconosciuti e il romanzo breve Notizie dagli scavi (1964), uscito originariamente da Feltrinelli e ristampato da Mondadori. I compagni sconosciuti non era il primo in assoluto, ma il secondo racconto lucentiniano, dopo La porta del 1947. Si trattava, comunque, di un tentativo nuovo, il respirare l’atmosfera poliglotta di Vienna (dove era ambientato) e restituirla in una scrittura varia e molto personale. Notizie dagli scavi cambia completamente prospettiva, torna a Roma e si "chiude", se così si può dire (in realtà si apre) alla percezione vivida e linguisticamente ossessiva di un ragazzo ingenuo e semiarticolato, impegnato a formarsi un quadro della realtà come se il mondo fosse stato appena creato.

Il primo libro a quattro mani è un volumetto di poesia, L’idraulico non verrà del 1971, «dove quattordici sofisticate poesie di F. si alternano alle tredici stanze di un poemetto didascalico di L. e formano nell’insieme un vero e proprio trattatello di epigrafia latina con particolare riguardo alle iscrizioni in sermo vulgaris». Ma già nel 1967, nello studio torinese di Fruttero o in quello di Lucentini (veramente, Lucentini a volte è in Francia e Fruttero talora lo raggiunge, perché nella comoda villa d’Oltralpe si respira e si lavora meglio), prende corpo il progetto mastodontico della Donna della domenica, che di fatto ancora non si chiama così. Romanzo che si pone subito un obbiettivo: «rispettare le regole della suspense» e, al tempo stesso, mettere a frutto «l’eterogeneo bagaglio linguistico e filologico» degli autori, «dall’antico umbro delle Tabulae Iguvinae alla pronuncia italiana del toponimo Boston». Dopo vari ripensamenti, il libro guadagna il titolo con cui è universalmente famoso e sbarca in libreria nel 1972, dove diventa subito un bestseller. È la storia di un omicidio scandaloso a Torino, delitto consumato con insospettabile energia usando come corpo contundente un fallo scultoreo di dubbia provenienza. Alla soluzione si arriva dopo una serie di peripezie in una galleria di ambienti borghesi e no, torinesi e importati, intellettuali o scalcinati: straordinaria galassia di luoghi e linguaggi romanzeschi sempre autentici, vivamente credibili. I colpevoli verranno scoperti grazie all’acume dell’importato commissario Santamaria, protagonista, con la bella Anna Carla, di una delle più cavalleresche (ma per fortuna non del tutto caste) storie d’amore della letteratura italiana. Il successo è grande anche sui mercati stranieri e di lì a qualche tempo un regista sensibile come Luigi Comencini ne firma un adattamento cinematografico. Non si tratta di un film riuscitissimo – ahimè l’operazione era estremamente difficile, perché La donna è una donna tutta letteraria, densa di lingua e battute fulminanti che a tradurle in immagini un po’ si perdono per la strada – ma decoroso sì, e con attori eccellenti: a parte la divina Jacqueline Bisset e il Mastroianni un po’ spaesato a Torino, i grandi comprimari Franco Nebbia, Claudio Gora e soprattutto Lina Volonghi nei panni di una signora della vecchia guardia torinese che non molla. Tuttavia, ripetiamo, la grazia e il senso del romanzo non sono da ricercarsi soltanto nelle immagini – pure fulminanti, come quella dell’arma impropria che apre la vicenda e di cui si trova traccia nel coevo Arancia meccanica di Stanley Kubrick – ma nel gusto snervante della battuta, nel dialogo da commedia sofisticata, nella lingua continuamente manipolata, giocata e inventata. Il mestiere del romanziere è appunto questo, e non è affatto semplice trasportare in altro medium una polifonia del genere. Senza contare che Comencini è un gran sentimentale (vedere il suo bellissimo Incompreso), mentre Fruttero & Lucentini non si abbandonano facilmente al cesello psicologico, si attestano più volentieri sull’affresco d’idee e una poetica dell’universale.

E già questo potrebbe darci una cifra dei due: raramente il patema, in poche circostanze (per solito ben preparate) l’effusione affettiva, ma spesso la visione analitica, la curiosità del savant e l’arguzia dello spirito libero che vaga. Da romanzieri filosofici? Sì, filosofico-voltairiani. Dopo un successo come quello della Donna della domenica, non c’è dubbio che il tentativo debba essere ripetuto: ma non subito, passeranno sette anni. Nel frattempo (1974) esce sul Giornale nuovo di Montanelli, e poi in volume, l’inchiesta poliziesco-esistenziale Il significato dell’esistenza. Nel breve romanzo fantagiornalistico i due scrittori prendono l’Orient Express, vanno a Delfi per consultare l’oracolo e s’imbarcano nella ricerca di cui al titolo. Tra pitagorismo ed Hegel, tra losche trame italiane e divagazioni d’appendice, si arriva infine alla soglia dell’Ultima rivelazione.

"Excursus" nel fumetto

Dopo anni di collaborazioni giornalistiche e visioni fantascientifiche, i due scrittori fondano un proprio giornale a fumetti, Il mago, assecondando un’altra passione di sempre. Il mago pubblica le strisce da essi già introdotte sul mercato italiano attraverso le pagine di "Urania": Il mago Wiz (Wizard of Id), sofisticato fumetto americano di Brant Parker e Johnny Hart, scuote il torpore delle edicole con battute micidiali tratte da uno pseudomedioevo in realtà molto vicino alle nostre disgrazie. Anni prima del massiccio successo della fantasy, lo scorbutico e fallibile stregone del regno di Id, il suo re demenziale e il nobile cavaliere Rodney permettono al pubblico post-sessantottesco di godere in presa diretta i tormenti inflitti a villici, donzelle, guerrieri e nobilastri dal tiranno più collerico del mondo. Quanto all’ambiente in sé, è un reame dove il Potere è messo sovente alla gogna, ma sempre si riscatta con l’aiuto del boia. Altrettanto fantasioso l’altro fumetto, B.C. di Johnny Hart, celebre saga preistorica i cui comprimari B.C., Peter, il Goffo, la Ragazza e la sua amica Racchia (per non parlare di serpentelli, tartarughe e formiche pensanti) spargono inutilmente semi di saggezza o di speranza destinati al mondo civile che verrà. Sappiamo benissimo che non verranno raccolti.

Confrontarsi con l’Altrove

Il fumetto è un commentario sul mondo rarefatto come pochi; ma di lì a poco esce l’altra testimonianza "in presa diretta" di Fruttero & Lucentini, e non c’è dubbio che si tratti del grande romanzo di questo periodo. A che punto è la notte è un racconto a più voci, un’avventura in molti ambienti come La donna della domenica, ma con sconfinamenti imprevisti nella gnosi e nella metafisica, il tutto per incorniciare quello che sembra un atto terroristico e vandalico (l’omicidio di un prete, in chiesa, sotto gli occhi di tutti) e che nasconde una trama molto più nera e ambiziosa. Nel commento degli stessi autori: «Tratto da Isaia, 21, 11, il titolo di questa nuova inchiesta del commissario Santamaria avrebbe dovuto essere Custos, quid de nocte?, com’è nella Vulgata di S. Gerolamo. Ma l’editore avanzò seri dubbi, che noi stessi finimmo per condividere. L’interrogativo fondamentale resta comunque il seguente: perché un maresciallo dei carabinieri, aggredito da ignoti e lasciato per morto nella propria auto, raccoglie le sue ultime forze per tracciare sul parabrezza appannato la parola topos? L’indagine, condotta con la partecipazione del Cardinale Arcivescovo di Torino, richiederà uno studio approfondito della terminologia greca in uso presso le antiche sette gnostiche, tra cui specialmente quella degli Ofiti». Ma richiederà soprattutto, da parte del lettore, la volontà di affacciarsi su un Altro Universo, il nero buco cosmico che si spalanca davanti ai suoi occhi quando la soluzione – poco men che fantascientifica – viene prospettata nelle pagine finali. A nostro avviso, ancora oggi uno shock memorabile per un romanzo che si pone in qualche modo ai confini della realtà.

A questo primo confronto in grande stile con l’Altrove (ma ancora ben realistico nell’impianto, ancora tutto dramma e roman à clef), seguono alcune scoperte avventure nel fantastico, che è il genere cui appartiene gran parte della produzione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Innanzitutto la «rappresentazione in due Atti e una Licenza» La cosa in sé (1982), esperimento di teatro kantiano sulle preoccupazioni di un padre di famiglia per gli oggetti che spariscono e riappaiono misteriosamente in casa sua; quindi il racconto Ti trovo un po’ pallida, uscito da Longanesi nel 1983 con un corredo di foto felliniane, e il romanzo Il palio delle contrade morte apparso lo stesso anno. Ti trovo un po’ pallida è una storia di fantasmi raccontata come un viaggio tra mondanità e solitudine, condita da un discreto amore della vita e un’immancabile sorpresa per l’arrivo della morte. È ambientato nella zona archeologica di Roselle (Grosseto), in una parte della Toscana in cui gli autori si spingeranno sempre più volentieri in vacanza e nelle cui vicinanze verranno ambientati altri racconti, come fra poco si dirà. Il palio delle contrade morte resta in Toscana, per l’esattezza a Siena, dove mette in scena qualcosa di più che una storia di fantasmi: è una delle prime riflessioni, nell’Italia in crisi mediatica degli anni Ottanta, sulla realtà virtuale e la perdita di consistenza di quella carnale. Bellissime, amarissime (e perciò vivamente raccomandate) le pagine conclusive sul dopo-palio.

Metafisico, ma arricchito di un lirismo che F&L non si concedono facilmente, L’amante senza fissa dimora (1986) è una storia dell’eternità raccontata come love story. Di questo romanzo non si può dire quasi nulla per non sviare il lettore, ma riteniamo che gli stessi F&L siano riusciti a scriverne una possibile "quarta" nei termini seguenti: «Chi è l’enigmatico David Ashver Silvera, che a Venezia si spaccia per guida turistica? Uno degli elementi che condurranno alla sua identificazione è una vetusta poesiola dello Shih Ching (o Libro delle Odi) di cui a pag. 163 forniamo la nostra traduzione letterale con testo cinese a fronte. Altri indizi sono il sonetto CXXIII di Shakespeare e una sibillina, mai decifrata allusione di S. Giovanni nell’ultima pagina del suo Vangelo». Da parte nostra aggiungeremo che si tratta di un amante fuor dell’ordinario e che la sua occasionale compagna, totalmente presa di lui, sarà l’unica testimone di una rivelazione insopportabile.

Addio "Urania" bella

Nello stesso periodo, la carriera editoriale di Fruttero & Lucentini prende nuove direzioni. I due scrittori hanno appena lasciato la direzione di "Urania", dopo un sodalizio durato ventitré anni. Nella storia della narrativa fantastica in Italia è una svolta che chiude il periodo pionieristico delle scoperte, delle rivelazioni, delle letture veloci in treno o in tram, delle traduzioni scorrevoli e adattate al gusto dei primi lettori amanti del meraviglioso. Il periodico mondadoriano passerà nelle mani di Gianni Montanari, un esperto del settore, e così le altre collezioni fino ad allora gestite dalla società letteraria F&L. Non ci saranno più i voluminosi Omnibus con le ristampe dei classici (sostituiti dai Massimi della fantascienza) e non ci saranno i frequentissimi volumetti di racconti tratti dalle pagine di Galaxy o del Magazine of Fantasy and Science Fiction. In compenso, arriveranno anche su "Urania" gli autori italiani e si tradurranno i nuovi autori degli anni Ottanta, molti dei quali donne. È un passaggio di consegne generazionale, non solo tecnico: col passare del tempo le scelte storiche di Fruttero & Lucentini acquisteranno, agli occhi di più di un lettore, lo status di classici degli anni Sessanta e Settanta, quando "Urania" è stata una sorta di "Planète" narrativa, abbellita dalle straordinarie copertine di Karel Thole. Assorbiti dalla produzione giornalistica per La Stampa e dal lavoro di consulenza editoriale per Mondadori, di cui rimangono due pilastri, F&L proseguono, nella scrittura, un loro idiosincratico Viaggio in Italia tra luci e ombre.

Dare un finale a Dickens

Da Torino alla Toscana, dalla Toscana a Venezia: la geografia romanzesca del duo ha contorni ben precisi. Nel Colore del destino (1987) tocca alla Milano dei nostri giorni, altro luogo-chiave del Paese "magro" e un po’ snob in cui amano muoversi i due scrittori. I quali avrebbero difficilmente ambientato una delle loro storie in città grasse come Bologna o compromesse come Palermo e Napoli, che anzi preferiscono evitare. Come raccontano in un articolo del 1987 per La Stampa (riproposto nel volumetto I nottambuli, 2002), un bel giorno decidono di non fermarsi a Napoli, limitandosi a circumnavigarla dall’autostrada, per non doversi sottoporre allo spettacolo rattristante di una metropoli bella da tremila anni ma da altrettanti millenni degradata. Con una certa ironia il pezzo s’intitola "Fascino napoletano": il fascino di ciò che si sfugge, come un Odisseo che senta ululare le sirene e stabilisca, prudente, di non fermarsi. Dove, invece, si può soggiornare in tutta tranquillità, è alla pineta della Gualdana, nell’amata Toscana: luogo malinconicamente bello in cui F&L si recano in vacanza con le rispettive famiglie incontrandovi, negli anni, i Calvino, i Furio Scarpelli, i Piero Crommelynck (il modello di Picasso che «l’aveva scoperto molto prima di noi») e altri personaggi della stessa generazione. Luogo, soprattutto, in cui sarà possibile ambientare l’enigma di mare descritto nell’omonimo romanzo, il terzo mystery importante dopo La donna della domenica e A che punto è la notte. Ma prima di rileggere quello struggente e a tratti cupo racconto bisognerà ricordare l’altro mistero insolubile, nato dalla collaborazione tra la ditta F&L e il defunto Charles Dickens: La verità sul caso D. (1989). Alla sua morte, avvenuta nel 1870, Dickens ha lasciato incompiuto uno stringente romanzo a chiave, The Mystery of Edwin Drood, al quale molti ingegni si sono applicati nel tempo per completarlo e trovargli una soluzione soddisfacente. Fruttero e Lucentini producono, per l’occasione, uno dei raffinati divertissement che li hanno resi famosi e imbastiscono un’indagine alla quale partecipano le migliori menti del giallo, mentre alle loro deduzioni si alternano le pagine dell’inchiesta originale di Dickens. È il primo romanzo della coppia che si svolga a Roma, «in particolare nel Foro Romano, dov’è questione innanzi tutto del Lapis Niger e di quella "iscrizione bustrofedica su stele piramidale mozza" che, a parte la discutibile "fibula di Preneste", è forse l’iscrizione latina più antica che si conosca».

Mistero buffo? No, dolente

Al giallo letterario-archeologico segue, di lì a un paio d’anni, il giallo più intimista di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Come in A che punto è la notte – dove uno dei personaggi è redattore in una celebre casa editrice torinese – così in Enigma in luogo di mare (1991) l’eroe, molto antieroico per la verità, è un intellettuale milanese depresso, stanco e in esilio natalizio alla pineta che sorge «a Roccamare, presso Castiglione della Pescaia», dove si uccide anche nei giorni santi. A differenza dei due grandi romanzi corali, Enigma in luogo di mare è una storia con pochi personaggi, vista in gran parte attraverso gli occhi d’un protagonista e dotata di un umorismo accessorio, mordente quando colpisce, ma non predominante. La nota del romanzo, infatti, è dolente, una descrizione della nevrosi e della stanchezza che si snoda attraverso luoghi fisici che la rispecchiano perfettamente: i pini, il mare d’inverno, le ville e gli appartamenti abitati solo in parte, il delitto tra gente che si conosce benissimo, l’anticlimax. E proprio leggendo questo bel lavoro si riannodano i fili sparsi in A che punto è la notte, Il palio delle contrade morte, L’amante senza fissa dimora, Ti trovo un po’ pallida. La pineta di Roccamare è come il confine dell’universo descritto da Franco Lucentini in uno dei suoi rari ma non per questo meno affascinanti racconti di science fiction, pubblicato con lo pseudonimo Sidney Ward nel Secondo libro della fantascienza einaudiano (1961). In "Domenica alla frontiera" l’umanità, che si credeva libera di sciamare nel cosmo, arriva finalmente davanti al "Limite di Tutto": un’immensa lastra di vetro (o quel che è) oltre la quale "Non Esiste Più Niente", ma su cui si può schiacciare il naso, affascinati o delusi poco importa. La domenica alla frontiera dell’universo, come il Natale alla pineta di Roccamare, sono percorsi nella consapevolezza e nell’amarezza inevitabile al fondo di ogni meditazione sul Significato dell’esistenza. Ed ecco che l’opera di Fruttero & Lucentini, i romanzi-commedia-a-chiave che avevamo cominciato a leggere sorridendo, rivelano appieno il loro volto di labirinti, di percorsi notturni. La festa c’è, è al cuore di ognuno di essi, ma poi la festa finisce, il carnevale depone le maschere (o ne indossa altre, di più segrete) e comincia il ballo intorno ai fuochi del sabba. Che si tratti di un sabba spaziale o esistenziale, alla fine importa poco, pensino i critici a spaccare il capello. La lunga opera romanzesca di F&L si alza come una gru cinematografica sopra il livello del quotidiano (pur descrivendolo minutamente), sopra il piano dei conflitti borghesi (pur rappresentandoli efficacemente), sopra le etichettature ideologiche. Pervasa di umorismo anche nell’erudizione è, borgesianamente, una cartografia del mondo che gira intorno al concetto del male e delle sue manifestazioni. Il male come realtà interiore o metafisica, come hub intorno al quale s’impernia il moto dell’universo. Nei romanzi e racconti della coppia il viaggio si ferma, per solito, al di qua del precipizio, sul costone della bolgia dantesca (ed è per questo che le ambientazioni si limitano ai luoghi delle singole epifanie, non a quelli che appartengono già, a pieno diritto, all’inferno): la frontiera sul bordo delle galassie intravista da Sidney Ward è l’ultima spiaggia prima del buio disposto a inghiottirci, ma che, per fortuna, sta ancora al di là.

Un tragico salto nell’aldilà

Certo, quando un fallo di pietra cala sulla testa della vittima sacrificale, quando una dubbia cattedrale diventa la scena del delitto, quando una multinazionale usa i computer per imbastire complotti metafisici e i fantasmi scendono in palio per strappare al mondo la realtà del mondo, proiettandolo in un diabolico anti-monde (lo stesso di cui già tutti occhieggiamo la superficie attraverso l’ultima frontiera di casa nostra, gli sfarfallanti schermi della Tv), vuol dire che qualcosa non quadra. Che nel muro si è aperta una crepa. Che vistose porzioni della normalità hanno ceduto. Il male è banale, il male è essenziale: compito del romanziere è guidarci nella sua zona grigia e procedere fin dove è possibile procedere. Fino all’estate del 2002 sembrava che la regola fosse, in ogni caso: meglio fermarsi un passo prima della voragine, la letteratura non è un mezzo per sprofondare negli inferi (anche se può farceli avvistare).

Ma nell’agosto di quell’anno Franco Lucentini, gravemente ammalato e da sempre esploratore dell’Altrove, ha scelto di saltare oltre frontiera, gettandosi nella tromba delle scale. È stato il desiderio di mettere fine a un incubo personale, certo, ma in uno scrittore del fantastico come lui sarà baluginata, almeno per un attimo, la curiosità di anticipare finalmente il segreto di tutto questo buio, di "Cos’È Che Abbiamo Paura". Come uno spettro benevolo tornerà a raccontarcelo tra le pagine di questa o quella antologia del soprannaturale: e magari, sfogliando uno dei corposi Omnibus da lui curati insieme a Carlo Fruttero, scopriremo che l’ha già fatto.

In seguito a quel gesto estremo, oggi la coppia non esiste più: ma negli articoli di Carlo Fruttero che appaiono sulla Stampa, nelle raccolte dei Nottambuli e dei Ferri del mestiere, nei libri continuamente ristampati (Il cretino in sintesi, silloge delle precedenti, e fortunatissime, raccolte di saggi mondadoriane), lo spirito arguto dei due Sherlock Holmes dell’invisibile continua a tenerci compagnia come il primo giorno. Con un’inconfondibile miscela di gusto e immaginazione, il duo F&L ha cambiato il nostro piacere di leggere una volta per sempre. Continuerà a farlo.

postato da: giaccio alle ore 01:20 | Permalink | commenti (1)
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